Active ageing: tra retorica e realtà

Cosa significa davvero invecchiare attivamente – e perché le politiche italiane non bastano ancora

Questo articolo è dedicato all’invecchiamento cognitivo e alla longevità attiva. Affrontiamo nello specifico un tema più ampio: cosa significa davvero «invecchiamento attivo», e quanto la retorica pubblica si avvicina – o si allontana – dalla vita quotidiana delle persone.

 

L’invecchiamento attivo come promessa pubblica 

L’active ageing è diventato uno slogan onnipresente nelle campagne governative, nei documenti ufficiali e nella comunicazione istituzionale. Eppure, dietro formule rassicuranti come «invecchiare bene è possibile» si nasconde spesso una distanza profonda tra le promesse e la realtà concreta. In Italia, dove la quota di popolazione over 65 ha raggiunto il 24,7% – oltre 14,5 milioni di persone secondo il Rapporto ISTAT 2025 – è urgente distinguere il marketing politico dalle pratiche tangibili.

L’idea di active ageing nasce come quadro di policy per promuovere salute, partecipazione e sicurezza, non come etichetta generica da applicare a ogni contesto. La definizione che l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha elaborato nel suo documento fondativo è precisa: «il processo di ottimizzazione delle opportunità di salute, partecipazione e sicurezza al fine di migliorare la qualità della vita delle persone che invecchiano». Una definizione multidimensionale, che sposta deliberatamente il focus dall’assenza di malattia alla funzionalità, cioè alla possibilità concreta di vivere in modo autonomo, restare connessi con gli altri e mantenere un ruolo nella comunità.

Questa distanza tra narrazione pubblica e vita quotidiana diventa ancora più evidente se si guarda a come le persone anziane vivono davvero il proprio tempo. Invecchiare non significa soltanto accumulare anni, ma attraversare cambiamenti funzionali, relazionali, economici e ambientali. Per questo il tema dell’active ageing non riguarda solo la sanità: riguarda il modo in cui una società organizza spazi, servizi, relazioni e opportunità per chi invecchia.

 

Cosa significa davvero invecchiare attivamente 

Active ageing non coincide con una vecchiaia perfetta, sempre energica e senza limiti. Significa piuttosto poter scegliere, partecipare e restare presenti nella propria vita quotidiana, anche quando il corpo cambia e le risorse disponibili si modificano. La letteratura scientifica sul tema insiste su questa visione multidimensionale, che integra salute fisica, benessere psicologico, partecipazione sociale, protezione economica e sicurezza ambientale – le stesse dimensioni che compongono l’Active Ageing Index (AAI), lo strumento sviluppato dall’UNECE e dalla Commissione Europea nel 2012 per misurare e monitorare l’invecchiamento attivo nei Paesi europei.

Per una persona di 70 anni, l’active ageing si traduce in scelte concrete e accessibili: partecipare a un corso di informatica all’Università della Terza Età, fare volontariato in un’associazione del quartiere, camminare mezz’ora al giorno, coltivare relazioni significative. Non si tratta di imprese eroiche, ma di abitudini che aiutano a mantenere autonomia, ritmo e senso di scopo. Le evidenze scientifiche mostrano che questi stili di vita contano: il trial FINGER, pubblicato su The Lancet nel 2015, ha dimostrato che un intervento combinato di dieta, esercizio fisico, training cognitivo e monitoraggio vascolare produce benefici misurabili sul funzionamento cognitivo in persone a rischio – e che la prevenzione funziona meglio quando è multidominio, cioè quando agisce su più leve contemporaneamente.

 

Quando gli slogan non bastano: le fragilità delle politiche italiane sull’active ageing

La retorica istituzionale parla spesso di «rivoluzione silver», ma la realtà resta frammentata. Le politiche italiane sull’active ageing sono numerose, ma non sempre coordinate tra loro e, soprattutto, non sempre tradotte in servizi capillari e continuativi. Questo significa che, accanto agli slogan, mancano spesso gli strumenti concreti per sostenere le persone anziane nella vita di tutti i giorni.

Il problema è ancora più evidente se si osservano le differenze territoriali. Le analisi sull’Active Ageing Index in Italia documentano divari regionali significativi: le regioni del Sud presentano punteggi sistematicamente inferiori alla media nazionale in tutti i domini – occupazione, partecipazione sociale, vita indipendente e capacità di invecchiare attivamente – con uno scarto particolarmente marcato nelle dimensioni di partecipazione (−18,5% rispetto alla media nazionale nei cluster del Sud) e di occupazione (−19,4%). In altre parole, invecchiare attivamente in Italia non dipende solo dalle scelte individuali: dipende moltissimo dal luogo in cui si vive, dalla qualità dei trasporti, dalla presenza di infrastrutture sociali e dalla possibilità di accedere a servizi semplici e continuativi.

Qui emerge un punto importante: il rischio di scambiare la responsabilità individuale con la capacità reale di agire. Dire a una persona di camminare di più o di socializzare di più ha poco senso se il quartiere non è sicuro, se i trasporti pubblici sono insufficienti o se la casa è piena di barriere architettoniche. L’active ageing, per essere credibile, deve diventare anche una questione di ambiente e di giustizia sociale.

 

Il ruolo dei servizi pubblici nella longevità attiva

I servizi pubblici rappresentano il ponte essenziale tra le intenzioni e la realtà. Centri anziani, università del tempo libero, trasporti dedicati e percorsi territoriali di prevenzione possono trasformare un concetto astratto in una pratica quotidiana concreta. Quando questi strumenti funzionano – e quando sono stabili nel tempo – rendono più facile partecipare, muoversi, imparare e restare autonomi.

Le lacune, tuttavia, restano significative. Le difficoltà di accesso ai servizi essenziali, la presenza di barriere architettoniche e la fragilità dell’assistenza territoriale sono problemi documentati. In questo senso, l’invecchiamento attivo non è soltanto un tema sanitario: è un tema di welfare, urbanistica, trasporti e cittadinanza. Una persona può essere motivata a restare attiva, ma se vive in un contesto poco accessibile quella motivazione da sola non basta.

Un elemento da non sottovalutare è la continuità dei servizi. Molte iniziative nascono con entusiasmo, ma non sempre sono stabili nel tempo. La partecipazione degli anziani, invece, richiede regolarità, prossimità e fiducia. I programmi più efficaci sono spesso quelli radicati nel territorio, facilmente raggiungibili e capaci di intrecciare salute, socialità e supporto pratico in modo integrato.

 

Il rischio della medicalizzazione dell’invecchiamento  

Uno dei rischi maggiori nell’approccio all’active ageing è la deriva verso la medicalizzazione totale del processo di invecchiamento. Tutto può diventare sintomo: una lieve dimenticanza, una fatica nel salire le scale, un rallentamento del passo. In questo modo, il normale processo di invecchiamento rischia di essere letto esclusivamente come un insieme di problemi da trattare farmacologicamente. La letteratura sulla polifarmacia negli anziani documenta come il ricorso a farmaci multipli sia frequente e si associ a un aumento della complessità clinica e del rischio di esiti avversi, senza necessariamente migliorare la qualità della vita percepita.

L’OMS ha risposto a questo rischio con il modello ICOPE (Integrated Care for Older People, 2019), che invita a considerare la persona anziana nella sua globalità: cognizione, mobilità, nutrizione, umore e capacità sensoriali, non soltanto la presenza di patologie. È un cambio di prospettiva rilevante, perché sposta l’asse dalla sola diagnosi alla qualità della vita e alla funzionalità reale, e perché richiama esplicitamente l’importanza della valutazione precoce e continuativa, non solo dell’intervento tardivo.

 

Prevenzione cognitiva: perché il momento dell’intervento conta 

Sul piano cognitivo in particolare, uno dei problemi più documentati è il ritardo con cui si interviene. Il mild cognitive impairment (MCI) – uno stadio intermedio tra il normale invecchiamento cognitivo e la demenza conclamata – riguarda una quota significativa della popolazione anziana ed è associato a un rischio aumentato di progressione verso forme più gravi. Intervenire in questa fase, o ancor meglio prima che essa si manifesti, significa preservare una parte importante del potenziale preventivo.

La riserva cognitiva, come abbiamo discusso nel secondo articolo di questa serie, si costruisce nel tempo attraverso esperienze complesse, relazioni, attività intellettuali e stimolazione cognitiva strutturata. La stessa logica vale per l’attività fisica e per l’alimentazione: non basta introdurre queste abitudini quando emergono i primi segnali di fragilità – bisogna costruirle prima, in modo progressivo e sostenibile. È qui che il concetto di active ageing diventa più utile: non come slogan tardivo, ma come cornice di prevenzione continua lungo l’intero arco della vita adulta.

È esattamente in questo spazio – tra la prevenzione non clinica e la longevità attiva – che si colloca Optimens: un sistema strutturato di allenamento cognitivo multidominio, personalizzato e continuativo, pensato per intervenire prima che i sintomi si manifestino, accompagnando le persone nel tempo con un approccio fondato sulle neuroscienze e non medicalizzante.

Una roadmap concreta per l’invecchiamento attivo

Se l’obiettivo è rendere l’active ageing qualcosa di reale e praticabile, servono azioni semplici, continue e accessibili. Le raccomandazioni internazionali indicano almeno 150 minuti a settimana di attività fisica moderata per gli adulti anziani. Accanto all’attività fisica, mantenere relazioni sociali, partecipare a gruppi locali, effettuare controlli appropriati e sostenere abitudini cognitive stimolanti sono strategie molto più credibili – e molto più efficaci – di qualsiasi slogan.

La prevenzione funziona meglio se distribuita nel tempo: più attenzione nella mezza età, monitoraggio più sistematico dopo i 60 anni e percorsi multidimensionali quando emergono segnali di fragilità. È questa continuità, più che l’emergenza, a fare la differenza. I programmi multidominio come il FINGER trial mostrano che agire su più fronti contemporaneamente – cognitivo, fisico, nutrizionale, vascolare – è più efficace che puntare su un singolo comportamento isolato.

 

Politiche pubbliche sull’active ageing in Italia: cosa manca ancora

Le politiche italiane sull’active ageing sono cresciute negli ultimi anni, ma restano frammentate e scarsamente coordinate tra livello nazionale e livello regionale. Le revisioni sistematiche della letteratura evidenziano che il Paese ha bisogno di una strategia più coerente, capace di ridurre le disuguaglianze territoriali e di integrare prevenzione, partecipazione e cura in un sistema organico. Non basta dichiarare l’importanza dell’invecchiamento attivo: occorre costruire le condizioni strutturali perché sia davvero praticabile per tutti, indipendentemente dal luogo di residenza, dal reddito e dalle competenze digitali.

Questo significa investire in città accessibili, servizi diffusi e continuativi, assistenza territoriale, percorsi di prevenzione e una cultura meno centrata sulla malattia e più sulla possibilità di restare competenti, relazionali e autonomi nel tempo. L’anziano non è soltanto un paziente da trattare: è una persona con risorse, desideri, abitudini e relazioni che possono continuare a produrre valore per sé e per gli altri.

Il futuro dell’active ageing non passa da uno slogan migliore, ma da un ecosistema migliore: contesti che rendano possibile camminare, partecipare, imparare, abitare e scegliere. Invecchiare attivamente non è un privilegio né un obbligo morale: è un diritto che va reso concreto e che richiede infrastrutture fisiche, sociali e cognitive all’altezza della sfida demografica che stiamo attraversando.

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Fonti e riferimenti

Studi e pubblicazioni scientifiche citati o consultati:

ISTAT – Rapporto annuale 2025. La situazione del Paese. Cap. III: Una società per tutte le età

WHO – Active Ageing: A Policy Framework (2002). World Health Organization, Geneva

Barbabella F. et al. (2020) – Active Ageing in Italy: A Systematic Review of National and Regional Policies. PMC / IRCCS INRCA

Zannella M. et al. (2021) – Active Ageing: The Need to Address Sub-National Diversity. An Evidence-Based Approach for Italy. Int. J. Environ. Res. Public Health, 18(24), 13319

Principi A. et al. (2021) – The Active Ageing Index and policy making in Italy. Ageing & Society, Cambridge University Press

WHO – Integrated Care for Older People (ICOPE). Guidelines on community-level interventions to manage declines in intrinsic capacity (2019)

Livingston G. et al. (2020) – Dementia prevention, intervention, and care: 2020 report of the Lancet Commission. The Lancet, 396(10248), 413–446

WHO – Global recommendations on physical activity for health (2010); aggiornamento linee guida 2020

Socci M. et al. (2022) – Active Ageing in Italy: An Evidence-Based Model to Provide Recommendations for Policy Making. Int. J. Environ. Res. Public Health, 19(5), 2746

 

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